Macao meravigliao

I risultati economici di città cinesi semisconosciute come Kunming o Fuzhou si spiegano attraverso investimenti in oleodotti o ricavi dell’elettronica, in cima al podio delle città più ricche rimane per il secondo anno consecutivo una città che non produce niente, non esporta niente e conta poco più di seicentomila abitanti: Macao. Il vertice dell’economia globale dello scorso anno è rappresentato da una minuscola penisola affacciata sul mar Cinese meridionale, fondata interamente sul gioco d’azzardo.
6 AGO 20
Immagine di Macao meravigliao
Il secondo segnale arriva da Wall Street e dintorni: l’ultima edizione del rapporto congiunto McKinsey/Brookings “Global Metro Monitor” sulle metropoli con le migliori performance di crescita mostra anche nella sua edizione del 2014 che da anni le città asiatiche sono quelle che crescono di più. Ma se i risultati economici di città cinesi semisconosciute come Kunming o Fuzhou si spiegano attraverso investimenti in oleodotti o ricavi dell’elettronica – ancora enormi, nonostante i recenti acciacchi economici di Pechino – in cima al podio rimane per il secondo anno consecutivo una città che non produce niente, non esporta niente e conta poco più di seicentomila abitanti: Macao.
Il vertice dell’economia globale dell’anno 2014 è rappresentato da una minuscola penisola affacciata sul mar Cinese meridionale, fondata interamente sul gioco d’azzardo.
Attorno al 1650 Macao è già uno snodo portoghese per la cattura e il commercio di schiavi da indirizzare verso l’isola di Timor, ma quando nella seconda metà del 1800 Lisbona riduce questo traffico il governatore Isidoro Francisco Guimarães è pronto a introdurre nella città di mare un nuovo business: le case da gioco. Avanti veloce fino al 1999: il Portogallo restituisce alla Cina Macao, ormai ultima colonia europea rimasta in Asia, ma Pechino le concede uno status di territorio speciale simile a quello applicato due anni prima, quando l’amministrazione di Sua Maestà britannica ha lasciato Hong Kong. Macao ha un suo governo semi-indipendente, una parvenza di multipartitismo e libere elezioni e soprattutto una sua moneta, la pataca, che nonostante il nome da battuta di terz’ordine costituisce un ingrediente fondamentale del successo locale insieme ai casinò e alla semi-extraterritorialità.
Il rapporto pubblicato nel 2013 dall’Organizzazione Mondiale per il Turismo delle Nazioni Unite mostra che in quell’anno i visitatori hanno speso a Macao 51,7 miliardi di dollari, una somma che piazza l’ex colonia portoghese al quinto posto nella classifica globale. Due pesi massimi come Italia e Regno Unito, per intenderci, hanno ottenuto rispettivamente 43,9 e 40,6 miliardi, e lo scorso anno nonostante la stretta operata dal governo cinese e un abbassamento degli afflussi i casinò di Macao hanno incassato 44,1 miliardi di dollari, un calo del 2,6 per cento meno drammatico del previsto che costituisce anche il primo segno negativo in oltre un decennio. Circa il 70 per cento dei visitatori che arrivano a Macao sono cittadini cinesi e la puntata minima standard supera i 100 dollari: il turista medio, insomma, è un cinese con molti soldi da spendere, determinato a rimanere al tavolo da gioco fino alle ore piccole o anche per giorni interi. Il 70 per cento delle vertiginose entrate dei casinò di Macao però non arriva dagli sterminati saloni tutti slot-machine e tavoli da baccarat. Qui è dove comitive di impiegati asiatici dalla palpebra calante, magari sbarcati con l’ultimo viaggio premio-produttività, si alternano ai polli occidentali preda favorita delle prostitute. Il vero miliardario cinese alla ricerca di piaceri imperiali accetterà di mettere piede solo in una sala vip. E per farlo, dovrà rivolgersi a un junket.
Immaginate di essere un funzionario corrotto di livello medio-alto del Partito comunista cinese. Avete guadagnato una fortuna grazie agli amici imprenditori a cui concedevate le licenze di sfruttamento di terreni o miniere o altri spazi pubblici. In questa fase della vostra carriera, che potrebbe concludersi con una promozione nei ranghi del Partito o con la pena di morte, avete un grosso problema: dovete nascondere il patrimonio e magari metterlo al sicuro su qualche conto all’estero in caso di fuga, ma le norme di Pechino vi impediscono di spostare più di 50 mila dollari in territorio straniero, denaro del quale siete comunque obbligati a giustificare la provenienza. Che cosa fate? Vi rivolgete alla filiale cinese di un junket, che in cambio di una percentuale e della discrezione più assoluta vi offrirà la poltrona d’onore in una sala vip. Dopo una nottata magica uscirete dal club matematicamente vincenti con la somma prenotata già convertita in dollari di Hong Kong o in patacas, quindi irrintracciabile e pronta per il versamento su un conto di Macao o di Hong Kong, dal quale potrete spostarla ovunque. Moltiplicando questo processo per una moltitudine di funzionari e uomini d’affari cinesi i prodigi economici di Macao appaiono molto più plausibili, ma le possibilità offerte da un paradiso del gioco d’azzardo situato al centro dell’area economica più tumultuosa del pianeta sono illimitate: tra i beneficiari delle spudoratezze di Macao, ad esempio, c’è anche il regime nordcoreano.